All’udienza: “Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta”. In Avvento cinque visite nelle parrocchie romane

Un saluto ai costruttori, una catechesi sulla cultura, un calendario d’Avvento.
Prima dell’udienza generale, nell’auletta dell’Aula Paolo VI, i vertici Mercedes per la mostra “Un secolo di papamobile”: la prima vettura arrivò a Pio XI nel 1930. Quell’auto, nota il Papa, è passata “dall’essere un mezzo di trasporto a diventare uno strumento d’incontro”, e chiede di porre l’innovazione tecnologica “al servizio della dignità umana, della cura del creato e del bene comune”.
Poi in piazza, il ciclo su Gaudium et spes arriva al nesso tra fede e cultura, fondato sull’incarnazione: se la Parola divina è diventata carne, anche la fede è “una realtà incarnata”, chiamata a raggiungere la persona “nel suo ambiente di vita”. Di qui la frase di Giovanni Paolo II del titolo, e due richiami: il dovere che “la partecipazione propria e necessaria delle donne nella vita culturale sia riconosciuta e promossa”, e l’invito ai teologi a non trascurare “il contatto con il proprio tempo”.
Dal Vicariato il programma d’Avvento: cinque visite, una per settore pastorale, come in Quaresima. Sant’Andrea delle Fratte il 27 novembre, San Carlo da Sezze il 29, Sant’Eligio il 6 dicembre, Santa Lucia il 13, San Roberto Bellarmino il 20. Reina parla di “verifica pastorale”.
Il filo del giorno sta in un equilibrio difficile. La fede deve diventare cultura, dice Leone citando Wojtyła, ma il Concilio avverte che la Chiesa “non è legata in modo esclusivo e indissolubile a nessuna razza o nazione”. Ieri ad Assisi il Papa denunciava le reazioni “identitarie e nazionalistiche” cresciute dopo il 1989: tra una fede che si incarna e una che si arruola corre quella riga.