Sul voto al midterm: “Fiero di essere americano”. Sull’Ucraina: “Molto da lavorare per arrivare alla pace”

Alle 7.05 da Fiumicino comincia il sesto viaggio: dodici giorni, oltre trentamila chilometri, quattordici località.
Un’ora e mezza dopo il decollo raggiunge gli 82 giornalisti al seguito e affronta subito la questione che pesava sul viaggio: “So che molte persone erano dubbiose sulla riuscita. Ebbene, vi confesso che dal primo giorno non ho avuto alcun dubbio”. Ringrazia i medici a bordo e aggiunge: “Posso dire di sentirmi piuttosto bene, voi ne siete testimoni”. Dove trova la forza? “Nella fede, il Signore è molto generoso con me”. Il segreto, scherza, sono “buoni medici e una vita sana”.
Ai corrispondenti americani che chiedono del voto spedito per posta risponde: “sono fiero di essere americano e di esercitare il diritto di voto”. Per il Perù, di cui è pure cittadino, non ha potuto votare a distanza, ma lo avrebbe fatto, “è una cosa buona”.
Sull’azione umanitaria di Oleshky, che aveva auspicato, il bilancio resta prudente: “Grazie a Dio per quanto si è riuscito a fare ma c’è ancora molto da lavorare per arrivare alla pace”.
Dopo l’intervento al Gemelli indica l’urgenza che porta con sé: restare vicino ai malati e dire “come la sanità deve essere un diritto per tutti”. A chi ha un cancro manda un messaggio diretto: “Non avere paura, la diagnosi precoce è la strada migliore”. In degenza leggeva il breviario e i giornali. Al tennis non è ancora tornato, “ma lo farò”.
Atterraggio a Montevideo alle 16.19, accolto dal presidente della Repubblica e da due bambini con i fiori. Durante il volo i telegrammi ai Paesi sorvolati, dalla Francia al Brasile.
Il filo del giorno è un Papa con due cittadinanze e un referto alle spalle. Vota negli Stati Uniti, torna in quella che chiama una delle sue tante case, e della propria malattia fa un argomento pubblico.