Farsi piccoli per diventare grandi

Francesco d’Assisi entra in Aula Paolo VI. E porta con sé una domanda scomoda: siamo davvero disposti a farci piccoli? La prima meditazione quaresimale di padre Roberto Pasolini risuona come un colpo di scalpello nel marmo delle nostre certezze – e Leone XIV ascolta, insieme alla Curia, in un silenzio che vale già da solo una risposta.
La conversione, spiega Pasolini nella prima delle quattro prediche quaresimali, non è anzitutto un atto della volontà ma un cambio di gusto. Come Francesco che abbraccia il lebbroso e scopre dolcezza dove si aspettava amarezza. Il tema – “Se uno è in Cristo, è una nuova creatura” – non è un titolo devozionale: è un programma radicale. La penitenza francescana non è austerità volontaristica, dice il predicatore, ma “nutrire con fedeltà il seme di una vita nuova che Dio ha posto nella terra del nostro cuore.” L’umiltà non rimpicciolisce l’uomo: “lo restituisce a se stesso.” E la conversione, soprattutto, non finisce mai: “Incominciamo, fratelli, a servire il Signore Dio nostro, perché finora poco abbiamo progredito.”
Leone XIV firma una lettera per i 150 anni del Corriere della Sera. Il tono è cordiale ma il contenuto è un’agenda: nell’era dell’intelligenza artificiale, i grandi giornali hanno “un compito insostituibile” – non rinunciare mai alla propria autorevolezza. Garantire la trasparenza delle fonti, rispettare la dignità dei lettori, “coltivare la dimensione umana del racconto, che solo l’esperienza può dare.” Una freccia precisa, scoccata nel giorno in cui il documento della CTI sul futuro dell’umano e l’intelligenza artificiale è ancora fresco di stampa.
Il filo del giorno intreccia Francesco d’Assisi e il Corriere della Sera in un modo che sembra casuale ma non lo è. La conversione predicata dal cappuccino e la responsabilità reclamata al giornale storico d’Italia dicono la stessa cosa: in un mondo che si gonfia di informazioni, di projetti di potenza e di sogni di onnipotenza, la virtù più urgente resta la stessa: l’umiltà.