Fine Camerun, inizio Angola: il Papa e la gioia come forza politica

Una giornata di transizione che vale da sola. Leone XIV celebra l’ultima Messa in Camerun, vola a Luanda, incontra il presidente angolano, parla a autorità e diplomatici. Nel mezzo, sul volo, una precisazione ai giornalisti su Trump che non era prevista nel programma.
All’aeroporto di Yaoundé-Ville, la Messa di congedo dal Camerun. L’omelia parte da Gesù che cammina sulle acque: “Non placa immediatamente le tempeste, ma ci raggiunge in mezzo ai pericoli.” Leone XIV chiama la Chiesa camerunese “viva, giovane, ricca di doni e di entusiasmo” e la saluta con una consegna: anche dei venti contrari fate occasioni di crescita.
Sul volo verso Luanda, Leone XIV si ferma con i giornalisti e chiarisce: il discorso alla Veglia di preghiera per la pace era stato scritto due settimane prima delle dichiarazioni di Trump. “È stato interpretato come se stessi cercando di controbattere al Presidente, cosa che non è affatto nel mio interesse.” Nessuna polemica: solo una rettifica fatta a voce alta.
A Luanda, davanti alle autorità e al corpo diplomatico, il discorso all’Angola è tra i più intensi del viaggio. Leone XIV parla della gioia come “forza politica” che contrasta rassegnazione e fanatismo: “Despoti e tiranni vogliono rendere le anime passive e le passioni tristi.” Cita Paolo VI sulla “civiltà commerciale, edonistica, materialistica” che si spaccia per portatrice di futuro, e chiede ai governanti di non temere il dissenso, di “non spegnere le visioni dei giovani e i sogni degli anziani”. E denuncia la logica estrattivista che “riduce la vita stessa a merce di scambio”.
Il filo del giorno è la gioia come resistenza. In Camerun l’ha vissuta nelle strade e nello stadio. In Angola la chiede ai governanti come virtù politica.