Leone, il filo del giorno ·

Nota sui 60 anni di Nostra aetate: “Combattere in nome della religione significa colpire la religione stessa”

di

Foto della puntata del 16 settembre 2026: Nota sui 60 anni di Nostra aetate: “Combattere in nome della religione significa colpire la religione stessa”
Foto Vatican Media

Tre dicasteri firmano insieme un documento sul dialogo interreligioso, l’Udienza Generale affronta la comunità umana, e il Papa riceve chi lavora sui nuovi martiri.

La Nota “Un cammino di speranza” porta le firme dei cardinali Fernández, Koch e Koovakad, approvata da Leone XIV nell’udienza del 22 giugno. Ripercorre sessant’anni di dialogo dalla Shoah a oggi e non nasconde le difficoltà. I conflitti mediorientali hanno fatto vacillare molti ponti, cresce l’islamofobia che non distingue il fondamentalismo dalla convivenza pacifica, e i cristiani subiscono persecuzioni da gruppi estremisti. Il criterio di verifica resta uno solo, l’accoglienza o il rifiuto della persona ferita ai bordi della strada. Nessun sincretismo, avverte il testo, ma nemmeno ripiegamento identitario.

All’Udienza Generale, terza catechesi sulla Gaudium et spes. Leone XIV riconosce che tecnologia, social media e intelligenza artificiale abbattono barriere e distanze, ma avverte che le relazioni diventano “sempre meno personali, più virtuali”. E il rischio è preciso: abituarsi a delegare agli algoritmi “decisioni che spettano solo alla coscienza umana”. Ricorda poi l’elenco conciliare di ciò che offende la dignità, dalle torture alle condizioni di lavoro in cui gli operai sono trattati “come semplici strumenti di guadagno”.

Ai partecipanti al convegno sui nuovi martiri, Leone XIV spiega la categoria di “testimone della fede”, pensata per i casi in cui la motivazione dei carnefici non è riconducibile all’odio della fede. Molti vengono uccisi da organizzazioni criminali perché ne contrastano le ingiustizie. Cita Paolo VI, “l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri”.

Ai cappellani delle carceri italiane la gratitudine per il servizio ai detenuti che scrivono al Papa “per raccontare i loro drammi e le loro ferite”.

Il filo del giorno sta nel rifiuto delle scorciatoie. Né la religione piegata a giustificare la violenza, né la coscienza ceduta a una macchina.