Il cuore inquieto che cerca la pace

Cor inquietum. Il cuore inquieto. Leone XIV lo cita nell’udienza generale di questa mattina in piazza San Pietro, riprendendo Agostino: “Signore, ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto, finché non riposa in te”. Ma cosa significa davvero?
Nell’udienza, il Papa parla di un’inquietudine che non è dispersione ma orientamento. “Siamo assorbiti da tante attività che non sempre ci rendono soddisfatti”, osserva. Il troppo fare diventa “un vortice che ci stordisce, ci toglie serenità”. Alla fine di giornate piene ci sentiamo vuoti. Perché? “Perché noi non siamo macchine, abbiamo un cuore”. L’approdo autentico del cuore non è nel possesso dei beni, ma nell’amore di Dio. E questo tesoro si trova solo amando il prossimo: “La cui presenza sollecita e interroga il nostro cuore, chiamandolo ad aprirsi. Il prossimo ti chiede di rallentare, di guardarlo negli occhi, a volte di cambiare programma”.
Nel pomeriggio, una telefonata con Isaac Herzog, presidente dello Stato d’Israele. Natale e Hanukkah alle porte. Ma il Papa parla chiaro: ribadisce “la ferma condanna della Chiesa cattolica verso ogni forma di antisemitismo”, che dopo l’attentato di Sydney continua a seminare paura. Rinnova l’appello a perseverare nei processi di pace, soffermandosi sull’urgenza di intensificare gli aiuti umanitari.
Due momenti diversi. Un’udienza sulla ricerca interiore del cuore. Una telefonata sulla pace in Medio Oriente. Eppure il messaggio è lo stesso: il cuore umano non può vivere senza sperare, senza sapere di essere fatto per la pienezza. “Nessuno può vivere senza un significato che vada oltre il contingente”, dice il Papa. E questo vale per l’inquietudine personale come per quella dei popoli.
L’inquietudine non è dispersione, ma orientamento. Un Papa che invita a rallentare per guardare il prossimo negli occhi. Che condanna l’antisemitismo mentre chiede pace per Israele e Gaza. Che ricorda: il cuore inquieto non sarà deluso, se entra nel dinamismo dell’amore per cui è creato.