Leone, il filo del giorno ·

Basta con la guerra: il Papa in San Pietro prega per la pace col mondo intero

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Foto della puntata del 11 aprile 2026: Basta con la guerra: il Papa in San Pietro prega per la pace col mondo intero
Foto Vatican Media

La Basilica di San Pietro si riempie per la Veglia di preghiera per la pace. Leone XIV l’aveva annunciata all’Urbi et Orbi di Pasqua. Stasera accade.

Sul sagrato, prima di entrare, il Papa saluta i fedeli in piazza con parole semplici e dirette: “La pace ce l’abbiamo tutti nei nostri cuori. Che la pace davvero regni in tutto il mondo e che siamo noi portatori di questo messaggio.” Poi, dalla Basilica, la riflessione. Leone XIV non usa il linguaggio del documento pontificio: usa quello della veglia, della notte, dell’urgenza. “La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva.” Cita Giovanni Paolo II nel contesto della crisi irachena del 2003 - “Mai più la guerra!” - e lo fa suo: le parole di un Papa che ha vissuto la guerra diventano appello di oggi.

Il tono si fa più aspro quando parla dei governanti: “Fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte!” Ma Leone XIV non assolve nemmeno i cittadini: “Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi.” La preghiera non è anestetico né rifugio: “è la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte.” Poi una testimonianza inedita: “Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini.”

La Veglia si chiude con una preghiera a Cristo risorto scritta dal Papa stesso: “La follia della guerra abbia termine e la Terra sia curata e coltivata da chi ancora sa generare, sa custodire, sa amare la vita.”

Il filo del giorno è un appello che non si ferma alla preghiera. Leone XIV ha radunato il mondo in San Pietro e ha detto chiaro ai governanti: sedete ai tavoli del dialogo, non a quelli dove si pianifica il riarmo.​​​​​​​​​​​​​​​​